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Orientamento e scelta della scuola superiore: guida per genitori

Per la scelta della scuola superiore, dobbiamo lasciare che i figli decidano per loro stessi e per uno svariato numero di motivi, che tutelano ad alternanza il figliolo, il genitore e persino gli insegnanti.

In base alla mia esperienza lavorativa tra i banchi, credo che questa tematica si possa annoverare come una delle più sostanziali sia per la buona riuscita del progetto di crescita di un figlio , quanto per la serena sopravvivenza psicologica della famiglia. Non è poca cosa. Ma perché dovremmo affidare la scelta della scuola superiore a quella scalmanata, vivace creatura che abbiamo dato alla luce quattordici anni or sono?

Orientamento scolastico per le scuole superiori: cosa c’è in gioco

Ci sono mesi, nella vita di un genitore, che valgono come piccoli passaggi di confine. L’orientamento scolastico verso le scuole superiori è uno di quei mesi. Il calendario si riempie di scadenze, gli open day si rincorrono, i parenti chiedono “Allora, che cosa fa Marta dopo le medie?” e tu, dentro, vorresti solo una cosa: avere la certezza di non sbagliare per tuo figlio.

Ho lavorato per anni accanto ai ragazzi, dentro le scuole, e poi accanto alle famiglie nei colloqui di consulenza. Ti dico una cosa che, forse, non ti aspetti: la scelta della scuola superiore raramente è un problema “di scuola”. È un problema di sguardo. Di quanto siamo in grado, come genitori, di vedere chi abbiamo davanti senza sovrapporre i nostri sogni, le nostre paure, il nostro idea di “buona scuola” costruito venticinque anni fa.

In questo articolo voglio darti una cornice educativa e operativa per accompagnare la scelta. Una guida che parte dal principio fondamentale, è tuo figlio a doverla compiere, per arrivare a strumenti concreti: cosa osservare nei mesi prima dell’iscrizione, come distinguere un liceo, un tecnico e un professionale al di là dei luoghi comuni, come leggere i segnali di un orientamento sbagliato (brutti voti, rischio bocciatura) quando arrivano e cosa fare in quel caso, quali sono gli errori che noi genitori commettiamo più spesso senza rendercene conto.

Su questa cornice si innesta tutto il resto. Ed è da qui che voglio cominciare.

Delegare al figlio la scelta della scuola superiore diminuisce il rischio di bocciatura

E’ uno dei più grandi apprendimenti che ho ricevuto dalla quotidiana vicinanza con i vostri ragazzi: quando al quinto gesto di scortesia misto a presunzione, mi avvicino con onesta curiosità per sapere cosa frulli nella loro effervescente testolina, spesso rispondono esattamente questo: “Io non voglio stare qua, non l’ho scelta io questa scuola”.

Da qui, è un attimo che il piccolo teen si senta legittimato a non studiare e a non impegnarsi, perché le sue energie saranno orientate alla sopravvivenza alla scuola, più che all’investimento in essa.

A quel punto è un film già visto, purtroppo: mamma e papà, che perso completamente il controllo della situazione, partono con una sequela di minacce che l’incredibile Hulk a confronto è Candy Candy; il figlio adolescente, che mortificato per un’aspettativa che non riesce a soddisfare, l’indomani torna sul banco animato dai più nobili propositi.

Propositi che puntualmente non manterrà nel tempo, perché possiamo realizzare solo ciò che desideriamo davvero, specie in una fase della vita in cui “il muscolo della volontà” è in piena formazione. 

Supervisionare la scelta del figlio anziché definirla, permette il risparmio di eventuali ripensamenti in corso d’opera e di tutti quei “per colpa tua ho fatto altro” che ricorrerebbero per i prossimi anni di vita. “Meglio prevenire che curare”, diceva uno spot.

Rilassati, forse la professione di tuo figlio non esiste ancora

In una società in continua evoluzione (sopratutto oggi), chi si occupa di educazione come me o come te, non può ignorare che molte professioni stanno scomparendo ed altre nuove si stanno affacciando sulla scena: a breve, la scelta della scuola superiore non sarà più importante di altri percorsi formativi che una persona si troverà ad affrontare nel corso di tutto il resto della vita, secondo il principio del lifelong learning.

Ai percorsi curricolari standardizzati se ne sostituiranno altri che valorizzeranno la flessibilità, il pensiero, la capacità di reinventarsi e persino quella di inventare un lavoro.

Nel terzo millennio, quindi, sostenere la creatività di tuo figlio, non è più solo una valida azione educativa, ma una scelta necessaria, in linea con il momento storico che viviamo.

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Come scegliere la scuola superiore: accompagnare senza imporre

Se la scelta deve essere del figlio, qual è il ruolo del genitore? Tutt’altro che marginale. Tu sei la cornice. Sei chi pone le domande giuste, chi tiene aperti gli scenari, chi traduce in parole quello che il ragazzo sente ancora confusamente. Non sei il decisore, sei il regista del processo. E come ogni buon regista, sai stare un passo indietro mentre i protagonisti recitano la loro parte.

Provo a renderlo operativo, perché ho imparato che le buone intenzioni educative senza strumenti concreti, di solito, evaporano davanti al primo modulo di iscrizione.

Le domande utili per l’orientamento del figlio

Le domande da porre a tuo figlio non sono “Cosa vuoi fare da grande?” — a quattordici anni questa domanda è ansiogena e quasi sempre senza risposta. Le domande utili sono altre, più piccole, più quotidiane:

  • Quale materia ti annoia di meno?
  • Quando studi, cosa ti viene più facile: leggere, calcolare, costruire, ragionare in astratto, lavorare con le mani?
  • Se ti immagini in classe il prossimo anno, ti vedi seduto a un banco a tradurre testi o in un laboratorio a smontare qualcosa?
  • C’è un adulto che fa un lavoro che ti incuriosisce? Cosa ti incuriosisce, esattamente?

Sono domande aperte, che non hanno bisogno di risposta immediata. Lasciale lavorare nei giorni, magari mentre siete in macchina o a cena. Tornaci sopra senza incalzare. Il muscolo della scelta, in un ragazzo di tredici-quattordici anni, ha bisogno di tempo per allenarsi.

Cosa osservare nei mesi prima della scelta

La verità su tuo figlio te la dicono i pomeriggi, non i discorsi seri. Osserva senza commentare. Cosa fa quando non sa cosa fare? Disegna? Costruisce? Smonta? Legge? Cucina? Guarda video di un certo tipo? Si chiude in camera con la musica o sta volentieri in mezzo agli altri? Preferisce gli sport individuali o di squadra?

Sono dettagli minuscoli ma rivelatori. Le scuole superiori non sono altro che amplificatori di un’attitudine. Un ragazzo che ha bisogno di muoversi, manipolare, fare cose concrete soffrirà in un’aula del liceo classico anche se ha tutte le capacità cognitive del mondo. Una ragazza con una testa molto teorica si annoierà in un istituto che la riempie di ore di laboratorio.

Open day e scuola aperta servono a questo: a far vedere a tuo figlio l’aria che si respira, non solo a leggere il piano di studi. Portatelo a due o tre, non a otto. Più di tre lo confondono soltanto.

Quando il figlio non sa decidere

È lo scenario più frequente, contrariamente a quello che racconta il vicinato di casa. La maggior parte dei tredicenni non sa cosa vuole fare, e va benissimo così. Resisti alla tentazione di scegliere al posto suo per “togliergli l’ansia”. Quello che sembra un atto d’amore è, di fatto, un atto di sostituzione, e si paga negli anni successivi (rileggi quello che ti ho appena scritto qua sopra).

Quando un ragazzo non sa, prova a stringere il campo. Tre opzioni, non quindici. Falle discutere con un adulto di fiducia che non sei tu, lo zio, un’insegnante affettuosa, il pediatra. Le persone che amiamo, a tredici anni, parlano una lingua che noi genitori non riusciamo a far suonare bene. È fisiologico, non è un fallimento.

Liceo, tecnico o professionale: una griglia di orientamento educativo

Esistono ovunque online le descrizioni istituzionali dei tre grandi rami delle scuole superiori italiane. Non te le ripeto. Quello che ti propongo qui è diverso: una griglia educativa per capire a quale tipo di figlio si addice quale tipo di stimolo. Non si tratta di “intelligenza”, sono tutti percorsi seri e tutti possono portare a una vita professionale soddisfacente. Si tratta di compatibilità tra una persona e un ambiente di apprendimento.

Il liceo: per chi pensa in astratto e regge la fatica differita

Il liceo, in tutte le sue declinazioni: classico, scientifico, linguistico, delle scienze umane, artistico,  è un ambiente in cui il risultato del proprio studio si vede a distanza. Tu studi tre anni di latino, e capisci a cosa serve a metà del quarto. Studi filosofia in quinta, e te ne torna utile qualcosa all’università. È una scuola che chiede pazienza cognitiva, capacità di stare nell’astratto, gratificazione differita. Si addice a un ragazzo che ama leggere, ragionare, discutere, anche se non sempre è il primo della classe. Non c’entra il “talento puro”: c’entra il rapporto con il tempo lungo dello studio.

L’istituto tecnico: per chi vuole vedere a cosa serve quello che studia

Il tecnico, economico, tecnologico, informatico, turistico, e così via è un grande malinteso italiano. Per generazioni è stato raccontato come “la scuola di chi non ce la fa a fare il liceo”. Non è vero, non è mai stato vero, ed è il pregiudizio educativo più dannoso che ci portiamo dietro. Il tecnico è la scuola di chi ha bisogno di toccare con mano quello che studia, di chi vuole alternare teoria e laboratorio, di chi si motiva quando capisce a cosa serve quel teorema. Si addice a un ragazzo concreto, curioso, che non sopporta l’astrazione fine a se stessa. Spesso è anche il percorso che apre più strade lavorative immediate al diploma.

Il professionale: per chi ha bisogno della pratica per imparare

Il professionale:  servizi, agrario, manutenzione, enogastronomico, socio-sanitario è la scuola della pratica fin dal primo giorno. Le ore di laboratorio sono tante, le esperienze esterne anche. Si addice a un ragazzo che impara facendo e che ha bisogno di un risultato visibile a fine giornata. Non è affatto un ripiego: è il percorso giusto per ragazzi che, in un liceo, si spegnerebbero e in un professionale, invece, fioriscono. Lo dico per esperienza diretta: ne ho visti molti uscire trasformati, perché finalmente erano nella scuola giusta per loro.

Un punto importante. Le tre opzioni non sono più separate per la vita come trent’anni fa. Si puù passare dal professionale alla laurea, dal tecnico a un master, dal liceo a un percorso di formazione professionale. Il principio del lifelong learning, che già nominavo all’inizio dell’articolo, vale anche qui. La scelta della scuola superiore è importante, ma non è irreversibile. È il primo capitolo, non l’ultimo.

Quando brutti voti e bocciatura segnalano un errore di orientamento

A volte il segnale che la scelta non era quella giusta arriva tardi. Arriva sotto forma di un libretto pieno di insufficienze, di una pagella che la mamma apre con le mani che tremano, di un consiglio orientativo a metà anno che parla di “difficoltà nel rendimento”. Quando succede, la prima reazione è sempre la stessa: la colpa. Mia, sua, della scuola, dei professori. Servono tre o quattro mesi per capire che la colpa, qui, non aiuta nessuno  e che quei brutti voti, se sai leggerli, ti stanno dicendo qualcosa di più prezioso di un’insufficienza.

Brutti voti non significa figlio “che non ce la fa”

Distinguere è fondamentale. Un ragazzo che non ce la fa “in tutte le materie e con tutti gli insegnanti”, da settembre a giugno, è un ragazzo che non si trova bene nell’ambiente che ha scelto. Un ragazzo che ha qualche difficoltà in una o due materie ma nelle altre tiene, è un ragazzo normale che ha bisogno di un metodo. Sono due scenari completamente diversi e richiedono interventi diversi. Su come affrontare la reazione emotiva ai brutti voti ho scritto un articolo dedicato: come reagire ai brutti voti di tuo figlio. Qui mi concentro su un’altra cosa: leggere i brutti voti come segnale di orientamento, non come questione di rendimento.

Quando la bocciatura è un’informazione, non un fallimento

C’è un fenomeno che vedo ogni anno e che mi colpisce: alcuni ragazzi, in prima superiore, sembrano fare di tutto per essere bocciati. Non studiano nonostante sappiano farlo, dimenticano i compiti, marinano. Non sono pigri sono in disaccordo. Ed è il loro modo, ancora poco maturo, di chiedere ai genitori di rivedere la scelta che hanno dovuto subire. La bocciatura, in quei casi, non è un fallimento: è una comunicazione. Tradotta in linguaggio adulto suonerebbe più o meno così: “Non era la scuola giusta per me, non sapevo come dirvelo, l’ho detto così”. Su come leggere e gestire la bocciatura insieme a tuo figlio, qui trovi un mio articolo dedicato: la bocciatura come opportunità educativa.

Cosa fare quando capisci che la scuola non è quella giusta

Una volta che hai letto il segnale, le strade sono due. Si può lavorare per stare meglio dentro la scuola attuale, con un metodo, con un dialogo nuovo con gli insegnanti, con un sostegno educativo esterno oppure si puù valutare un cambio di indirizzo o di scuola. La seconda è una decisione che pesa, ma che nessuna famiglia dovrebbe escludere a priori. La scuola è fatta per i ragazzi, non i ragazzi per la scuola. Se l’accoppiata non funziona, ammetterlo è un atto di rispetto, non una resa. La burocrazia del cambio scuola è più semplice di quanto si creda, e ci sono finestre temporali precise per farlo, ma di questo parlerò in un articolo dedicato.

Scelta delle scuole superiori: gli errori più frequenti dei genitori

Lavoro accanto alle famiglie da molti anni e gli errori che facciamo, noi genitori, in questa fase, sono quasi sempre gli stessi cinque. Non è mai cattiveria: è amore mal direzionato, paura travestita da pragmatismo, eredità che ci portiamo dentro dalla nostra di scelta, fatta quarant’anni fa in un mondo che non esiste più. Te li scrivo non per farti sentire in colpa, ma per dargli un nome — perché quello che sappiamo riconoscere, possiamo anche correggere.

  1. La proiezione. Iscriviamo nostro figlio dove avremmo voluto essere iscritti noi, o dove non abbiamo potuto. È il più sottile e pericoloso degli errori, perché sembra “fare il bene del figlio”.
  2. Il prestigio. Lo iscriviamo al “miglior liceo della città” perché fa curriculum. Salvo poi scoprire che lui, in quel curriculum, non c’entra.
  3. La rete sociale del genitore. Lo iscriviamo dove va il figlio della nostra amica, dove sappiamo che ci sono “famiglie come noi”. Non stiamo scegliendo la scuola: stiamo scegliendo i nostri vicini di banco al consiglio di classe.
  4. La scelta per esclusione. “Il classico no perché le lingue morte, lo scientifico no perché la matematica, il linguistico no perché le ragazze…”. Eliminando si arriva sempre a una scelta, ma raramente alla scelta giusta.
  5. La paura del giudizio sociale. L’iscrizione al professionale viene vissuta come “scendere”, anche quando sappiamo benissimo che è dove nostro figlio fiorirebbe. La paura di quello che diranno al bar conta più di quello che chiede tuo figlio. È l’errore più doloroso, perché i ragazzi se ne accorgono.
  6. L’iscrizione come punto di arrivo. Dopo aver iscritto il figlio, il genitore esce di scena. Ma la scelta della scuola superiore non è un atto burocratico, è un processo che continua nei primi mesi: come va? Si trova? Sta capendo se gli piace? La presenza educativa serve anche dopo l’iscrizione, non solo prima.

Riconoscersi in uno di questi punti non significa avere “sbagliato tutto”. Significa avere la possibilità di correggere, qualunque sia il momento.

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FAQ – Domande frequenti dei genitori​

L’orientamento informale comincia in seconda media, l’orientamento attivo (con open day e visite) in terza media. Non aspettare il consiglio orientativo della scuola: è utile, ma arriva tardi. I mesi tra novembre e gennaio della terza media sono quelli decisivi.

Può succedere, soprattutto dopo i primi due-tre mesi di scuola. Non è un dramma: il cambio di indirizzo è possibile in molte finestre temporali nel corso dell’anno scolastico. Importante è distinguere tra “non mi piace e voglio scappare” (atteggiamento di fuga, va lavorato) e “ho capito che non era questa la scuola per me” (lettura matura, va ascoltata).

In terza media le scuole forniscono attività di orientamento (incontri, materiali, test attitudinali) e, alla fine del primo quadrimestre, un consiglio orientativo formale. Questo consiglio è un’indicazione, non un vincolo: i genitori sono liberi di iscrivere il figlio dove ritengono opportuno. Va letto come un parere informato, non come una sentenza.

Una scuola “apre molte porte” solo se viene affrontata con motivazione. Un liceo prestigioso fatto controvoglia, con bocciature e ripetizioni costanti, chiude tante porte quante ne aprirebbe. La motivazione è il vero predittore di successo nei cinque anni, molto più del nome dell’istituto.

Non necessariamente. I brutti voti vanno letti per quello che dicono: sono diffusi su tutte le materie o concentrati su due? Si accompagnano a malessere generale o solo a fatica? Una scuola sbagliata genera un quadro complessivamente negativo. Difficoltà puntuali si risolvono con metodo, dialogo con i docenti e, se serve, un sostegno educativo mirato.

Non sempre, ma in prima superiore spesso sì. Quando un ragazzo capace viene bocciato in prima dopo un anno di malessere, la lettura più onesta è che la scuola scelta non è quella giusta per lui. Una bocciatura è anche un’informazione: vale la pena fermarsi, ascoltare, e decidere se ripetere lo stesso indirizzo o cambiare.

È la condizione più frequente, non un problema. Restringi il campo a tre opzioni e fa parlare tuo figlio con un adulto di fiducia diverso dai genitori (uno zio, un’insegnante, il pediatra). Porta tuo figlio fisicamente in due o tre scuole. Osserva la sua reazione, non le sue parole. La scelta giusta spesso si manifesta come “respiro che si sblocca” più che come dichiarazione.

Il consiglio orientativo è un parere informato basato sull’osservazione di tre anni. Va preso sul serio, ma non come una sentenza. Tieni in considerazione che molti docenti tendono a essere prudenti e consigliano percorsi più facili “per non far rischiare”. Confrontalo con quello che osservi a casa, con quello che pensa tuo figlio, e prendi la decisione finale come famiglia.

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