Dal patto formativo al parto formativo: una nuova relazione tra famiglia e scuola

Il patto formativo stabilisce le responsabilità condivise tra la scuola e la famiglia che accolgono un essere umano in crescita.
Bello no? Utile, nobile… Eppure, più che patto formativo, quello tra le due istituzioni, a volte, pare un patto di non belligeranza, perché sempre più di rado s’instaura una collaborazione complice e sinergica tra le due prime culle educative di un cucciolo d’uomo.
Alcune motivazioni non dipendono dal singolo: la burocrazia in generale non sostiene l’umano e la sua crescita in termini di valore, possiamo dirlo.
Altri aspetti hanno a che vedere con i partecipanti reali, quelli che a vario titolo gettano quotidianamente un semino per l’emancipazione e la personalità degli adulti di domani.

Due motivi che ostacolano l’alleanza tra scuola e famiglia

  1. Gli insegnanti, a volte, percepiscono una delega totale dell’educazione e della formazione delle giovani generazioni. Vivendone quotidianamente la vicinanza, mi sono accorta che spesso i docenti avvertono un peso enorme del ruolo e della mansione, specie nelle classi di scuola superiore. Sentono di dover essere dei formatori, ma anche degli psicologi, delle mamme e dei papà adottivi: reagiscono in maniera diversa, ma nel complesso, si sentono comunque stanchi e provati da un sistema che molto consuma e poco restituisce;
  2.  i genitori, specie nella fase adolescenziale dei ragazzi, si sentono giudicati e soli, a loro volta. Simile a come si considerano gli insegnanti? Forse. Basta tuttavia osservare i diversi atteggiamenti ai colloqui per capire come mamma e papà si sentano di frequente incompresi e poco sostenuti.

Dal patto formativo al parto formativo

Forse non ci serve un patto formativo, non più. Nel 2017, dove l’interesse è lo stesso -la crescita di un essere umano-, ma la complessità del sistema è davvero alta, non occorre un patto formativo, ma un parto formativo dove la direzione d’intenti, lo sforzo, siano i medesimi: fornire ai ragazzi quei due, tre pilastri, che sopravvivano ad un tempo in cui la scuola non può più formare alle professioni tradizionali e i valori stanno evolvendo.
Perché, come recita un proverbio africano mai attuale come oggi, per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio. Senza poter generalizzare su quanto un parto formativo debba portare alla luce, possiamo nominarne tre elementi essenziali:
  • il focus sull’obiettivo ultimo, la crescita di un bambino o di un ragazzo. Questo riduce l’antagonismo, le lotte di potere, l’idea che un insegnante sia un educatore migliore di un genitore troppo permissivo o che una mamma “tutto può perchè lei conosce perfettamente il figlio”;
  • i principi educativi trasversali e concreti. Punti di riferimento del piccolo e del ragazzo, vissuti sia a casa che a scuola, in linea con un processo di crescita integrato e basato sull’esperienza quotidiana.
  • l’ascolto reciproco delle difficoltà di famiglia e scuola. Chiedersi “come si sente la prof. quando mia figlia esce dalla classe sbattendo la porta”o domandarsi come mai  “la mamma giustifica sempre quell’alunno” non è psicologizzare, ma creare empatia tra le persone. Quanto ti senti sollevato quando percepisci che il docente di italiano non sta sminuendo il tuo stile educativo? Come ti senti sostenuto quando la mamma di fronte a te a colloquio, sta percependo il senso del tuo agire da insegnante?

Dal benessere degli adulti dipende quello dei più piccoli intorno e il parto formativo vuole valorizzare lo sforzo unico e necessario di tutte le parti per dare alla luce il buono che c’era ed aspettava solo di manifestarsi.

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VALENTINA DI BELLA