Bambino arrabbiato e ostile verso i genitori

Mio figlio mi odia: cosa sta succedendo davvero (e come uscirne)

Oggi voglio aiutarti a sciogliere uno dei nodi più difficili della tua genitorialità: che cosa sta accadendo davvero quando pensi “mio figlio mi odia”.

È fondamentale che tu capisca cosa c’è dietro, perché quando pensi “mio figlio mi odia”, il coinvolgimento emotivo che provi è talmente alto da congelare ogni buona idea o azione educativa. E invece no.

È proprio quello lo spazio che ti permette di portare il rapporto a un altro livello e allenare davvero “il muscolo del genitore”.

Inizio col dirti che ogni mamma e papà, prima o poi, avverte quel senso di forte ostilità. I più fortunati lo respirano solamente: il senso di evitamento al rientro da scuola, l’intolleranza ad ogni tentativo di aggancio, le urla di risposta ad ogni rimprovero.

Altri vivono in modo diretto l’esperienza e pensano “mio figlio mi odia” perché l’ennesimo scontro porta ad una verbalizzazione esplicita e accesa.

In quei casi tuo figlio dice di odiarti. Quindi non puoi avere dubbi. Ma hai due scelte.

La prima è fare come si faceva una volta: indignarti e considerare il tutto come una enorme mancanza di rispetto. Se così è, questo articolo probabilmente non fa per te.

La seconda è imparare a tradurre la frase, il gesto, i vuoti. Si tratta di un’operazione emotiva e cognitiva al tempo stesso, perché ti richiede di lavorare su ciò che senti tu, per poi ristrutturare in modo utile il tuo intervento.

E siccome sei genitore nell’epoca più complessa di sempre, c’è anche una terza azione che devi compiere per capire che quel “mio figlio mi odia”, nella maggior parte dei casi, è altro:

“devi essere in grado di fare un grande silenzio intorno a te”

La solitudine dei genitori oggi

I genitori di oggi soffrono di una forte solitudine: sono spesso incompresi dagli insegnanti, dai nonni, da altre voci che, di fatto, diventano giudicanti loro malgrado.

Quando pensi “mio figlio mi odia”, è facile che il parente o l’amico di turno si lanci in spiegazioni psicoeducative prêt-à-porter che banalizzano o estremizzano la situazione.

D’altra parte, il dolore che provi quando subisci le reazioni emotive di tuo figlio è profondo.
Per questo ti aggrappi a qualsiasi punto di vista che sembri più lucido del tuo.

 Ti senti il peggior genitore al mondo.

E se ti dicessi che questi sentimenti sono diventati addirittura oggetto di uno studio avviato nel 2018 dal Centro Pediatrico per la Psicopatologia da Web del Policlinico Gemelli di Roma?

Come educatrice e puericultrice, ho incontrato centinaia di bambini e ragazzi che hanno sentito nel loro petto un sentimento estremo e incontenibile che definivano “odio” verso la mamma e il papà.

Ho imparato piano piano a tradurre la loro emozione ai genitori. E ho capito cosa tuo figlio intende davvero dirti quando ti dice che “ti odia”.

Questo è il momento in cui puoi iniziare a leggere davvero quello che sta succedendo.

Quando sembra odio… ma non lo è

Quello che chiamiamo “odio” nei figli, nella maggior parte dei casi, non è odio. È qualcosa di più complesso:

  • rabbia che non sanno gestire
  • frustrazione accumulata
  • bisogno di essere visti davvero
  • difficoltà a separarsi

Perché il punto non è l’età. È la relazione.

Oggi voglio offrirti alcune possibili chiavi di lettura del comportamento.

Non si tratta di sentenze, ma di interpretazioni. Il primo passo per dare una svolta.

Se succede questo… prova a fermarti un attimo

Quando senti che tuo figlio ti rifiuta
Se succede questo… E tu ti ritrovi a… Il rischio reale è… Con la mia consulenza faremo…
Ti risponde con rabbia o aggressività Reagire allo stesso modo o alzare la voce Entrare in una spirale di scontro continuo Imparare a leggere cosa c’è dietro la rabbia
Ti evita, non parla, si chiude Lasciar perdere per non peggiorare Aumentare la distanza emotiva Ricostruire un contatto possibile
Ti manca di rispetto o ti provoca Sentirti ferito o inadeguato Irrigidire il rapporto senza accorgertene Ritrovare una posizione educativa solida
Dice frasi forti (“ti odio”, “non ti sopporto”) Reagire impulsivamente o bloccarti Prendere le parole alla lettera Tradurre il significato reale di ciò che comunica
Senti che qualsiasi cosa fai non funziona Cambiare approccio continuamente Confondere ancora di più tuo figlio Costruire un intervento coerente e su misura
Ti senti sempre più distante da lui Chiuderti o evitare il confronto Rendere la distanza stabile nel tempo Riattivare la relazione in modo graduale

A volte non è solo una fase.
È qualcosa che si ripete, ogni giorno,
sempre nello stesso modo.

E quando succede, spesso non cambia da solo.
Fermarsi un attimo e guardarlo insieme può aiutare a fare chiarezza.
Il primo scambio è gratuito e pensato proprio per orientarsi, senza impegno.

I veri significati del “ti odio” di tuo figlio

Credo che nulla sia più complesso da accettare che la frase di disprezzo di un figlio.
Tuttavia, nulla è più importante che imparare a gestire queste esternazioni.

Quando tuo figlio ti aggredisce, spesso ciò che vorrebbe dire è:

  • Io non ti capisco (perché mi stai facendo queste richieste? Credi davvero che io possa soddisfare ciò che ti aspetti da me?)
  • Tu non mi capisci (non mi sto sentendo rispettato, amato, sostenuto da te)
  • La mia vita non mi piace (provo frustrazione, non ho ciò che vorrei)

Perché imparare a tradurre cambia tutto

Se vai oltre l’apparenza e impari a tradurre ciò che tuo figlio intende dire quando esplode di rabbia, ti dai l’opportunità di prevenire altri momenti distruttivi.

E soprattutto di correggere in modo mirato i tuoi interventi educativi.

Hai un figlio che non ti capisce? Ridimensiona le tue richieste.
Pensi non si senta capito? Sostienilo anche quando lo rimproveri.
È frustrato? Accogli il sentimento, aiutalo ad accettare che non si può avere tutto.

  1. Imparare a tradurre cambia il tuo modo di stare nella relazione.
  2. Il conflitto non è mai il problema.
  3. Come lo vivi, invece, può diventarlo.

Il punto da cui ripartire

Dal punto di vista educativo, non si riparte dal comportamento. Si riparte da questo: capire cosa sta succedendo davvero tra voi

Perché è lì che si gioca tutto.

Un passaggio che spesso manca

Molti genitori provano a fare meglio.

  1. Si impegnano.
  2. Leggono.
  3. Cercano strategie.

Ma senza una lettura chiara della relazione, rischiano di continuare a muoversi… nello stesso punto. Cambiano le azioni  ma non cambia il risultato

Ed è lì che cresce la frustrazione.

Un passo possibile

Se senti che la relazione con tuo figlio o tua figlia sta diventando faticosa, distante, difficile da gestire… non è qualcosa che devi affrontare da solo. A volte basta un primo confronto per:

  • mettere ordine
  • leggere meglio i segnali
  • trovare una direzione

Lavoro ogni giorno con genitori che si trovano in questa situazione. Il primo scambio è gratuito e serve solo per orientarsi. E a volte, è proprio da lì che le cose iniziano a cambiare.

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FAQ – Domande frequenti ​

Nella maggior parte dei casi, no. Quando un figlio dice “ti odio”, sta esprimendo emozioni intense come rabbia, frustrazione o senso di incomprensione. Non è odio reale, ma un modo — spesso immaturo — di comunicare un disagio.

Un comportamento aggressivo o oppositivo può indicare che tuo figlio sta vivendo una difficoltà emotiva. Potrebbe sentirsi non capito, frustrato o sopraffatto. Il modo in cui si comporta è spesso il segnale di qualcosa che non riesce a esprimere diversamente.

La prima cosa è non reagire impulsivamente. È importante non prendere quelle parole alla lettera, ma cercare di comprendere cosa c’è dietro. Mantenere una posizione calma e contenitiva aiuta a non alimentare il conflitto.

Sì, il conflitto fa parte della relazione educativa. Non è il conflitto in sé a essere un problema, ma il modo in cui viene gestito. Se diventa costante e distruttivo, è utile fermarsi e comprendere cosa sta succedendo.

Se senti che la relazione con tuo figlio è sempre più difficile, se i conflitti sono frequenti o ti senti bloccato nelle tue reazioni, può essere utile confrontarti con un professionista. Uno sguardo esterno aiuta a leggere meglio la situazione e trovare nuove modalità di intervento.

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