Sommario
L’azione del genitore
Quando pensiamo al figlio che non studia, che è geloso del fratellino, che non dorme da solo o che risponde male, tendiamo a soffermarci sul problema in sé, senza comprendere che esistono azioni e reazioni che compiamo, che mantengono quella dinamica e le permettono di esistere. Quanti bimbi non mangiano a casa, ma alla materna sì? Quanti autonomi a scuola, diventano meno intraprendenti a casa o viceversa? I bambini hanno delle competenze che attivano di più o di meno in base ai messaggi che ricevono dagli adulti intorno. Non esistono colpe, ma la necessità di capire che ruolo si stia svolgendo all’interno della dinamica educativa, affinché sia possibile migliorarla.L’emozione del genitore
Aiutare i figli a cambiare comportamento, significa anche provare dei sentimenti coerenti, in linea con il cambiamento stesso.
Proviamo a pensare a quante volte, dovendo affidare il bimbo alle cure di una tata o una maestra, dichiariamo “che torneremo tra poco, non c’è da piangere”, ma i sensi di colpa provati rendono le parole poco convincenti?
E quando ripetiamo di desiderare un figlio autonomo, ma poi siamo spiazzati se chiede di fare una vacanza studio all’estero?
I messaggi di mamma e papà filtrati da sentimenti contrastanti, riducono la loro efficacia educativa. Eppure, in quanto esseri umani, è molto facile che i sentimenti di un genitore siano ambivalenti. Divisi tra rabbia e fermezza, autonomia e dipendenza, attuiamo interventi educativi che confondono, nostro malgrado.

