Bambino annoiato, che guarda fuori alla finestra evitando l'impegno

Allena tuo figlio allo sforzo: come motivarlo senza forzarlo

Allena tuo figlio allo sforzo e otterrai di aver cresciuto un adulto agile a superare gli ostacoli, veloce nelle discese e determinato nelle salite della vita.

Ogni giorno un’educatrice entra in una classe di liceo e l’attività più dinamica cui assiste è quella delle mandibole dei ragazzi: trascorrono il loro tempo a mangiare, si dicono annoiati e stanchi mentre si trascinano tra i corridoi.

I miei studenti parlano come avessero 40 anni di più, dicono che la vita fa schifo, fanno le foto alla lavagna pur di non prendere appunti o addirittura segnare i compiti sul diario. Certamente non è quello che hai sognato per lui.

Allora, come fosse un piccolo maratoneta… allena tuo figlio allo sforzo, mamma o papà.

Quella scena, i ragazzi che si trascinano nei corridoi , non nasce dal nulla.

Nasce da anni in cui lo sforzo non è mai stato richiesto in modo proporzionato, o è sempre stato evitato per non creare conflitti.

Il risultato è un ragazzo che non sa come attivare le proprie energie quando la vita lo richiede. La buona notizia è che la tolleranza alla frustrazione si può allenare. E si allena molto più facilmente quando si inizia da piccoli.

Mostra il vantaggio dell’azione

Che si tratti di un cucciolo della materna o di un adolescente alla “bella bro”, un figlio sarà certamente riluttante a intraprendere azioni che gli richiedano un certo dispendio di energie. È naturale.

Se dico che questa, però, è la chiave di volta per renderlo saldo e maturo per la vita, cominci a capire che vantaggio avrai nel tempo se oggi investi.

Quando educhi qualcuno, non devi indorare la pillola,  devi fargli capire qual è il beneficio che abbraccia se intraprenderà una certa azione.

Questa è la differenza tra motivazione e obbligo:

  1. L’obbligo produce conformità a breve termine e ribellione a lungo termine.
  2. La motivazione, quella che nasce dalla comprensione del vantaggio, produce impegno autentico e duraturo.

Chiedigli sforzi sostenibili

È inutile chiedere ad un ragazzo di studiare, portare fuori il cane, lavare i piatti della colazione, ma anche andare a prendere la sorellina e ritirare la ricetta medica per la nonna.

Gli impegni e le responsabilità devono essere graduali, proporzionati e soprattutto devono iniziare valorizzando l’interesse personale.

Come puoi credere di incentivare una persona, specie se così giovane, ricoprendola di ruoli, funzioni e compiti che principalmente fanno bene ad altri? Se riuscirà ad affrontare uno sforzo che porterà soddisfazione a sé stesso, sarà sufficientemente pronto, motivato, efficace per farlo con chi gli sta intorno.

Diversamente, tuo figlio associa lo sforzo alla fatica, all’obbligo, allo svuotamento di sé e delle energie. Lo sforzo sostenibile è quello che si trova nella zona di sviluppo prossimale di Vygotskij: abbastanza difficile da essere una sfida reale, abbastanza accessibile da non scoraggiare.

Cosa fare quando tuo figlio non studia

La domanda “mio figlio non studia, cosa faccio?” è una delle più frequenti che ricevo dalle famiglie.

La risposta onesta è: dipende. Non studiare può essere il segnale di molte cose diverse, mancanza di metodo, difficoltà relazionali con la scuola, ansia da prestazione, assenza di una routine strutturata, o semplicemente la mancanza di un motivo abbastanza forte per farlo.

Prima di intervenire con pressioni o punizioni, vale la pena fermarsi e osservare: quando tuo figlio si impegna volentieri? In quali contesti emerge naturalmente la sua concentrazione? Quella è la chiave di accesso alla sua motivazione.

  • Fai una domanda invece di dare un ordine: “Cosa ti piacerebbe riuscire a fare quest’anno a scuola?”
  • Elimina le distrazioni per un tempo definito: usa un timer e lascia che poi si riprenda
  • Celebra il processo, non solo il risultato: “Hai studiato 30 minuti di fila, come ti senti?”
  • Individua se ci sono difficoltà specifiche, un argomento, una materia, un insegnante e affronta quella prima

Se stai leggendo questa lista e pensi "ho già provato tutto", non è una tua mancanza.

Il problema non è sempre la strategia. A volte è che manca un pezzo di lettura della situazione, qualcosa che da dentro è difficile vedere. In questi anni ho lavorato con molte famiglie in cui i compiti erano diventati la battaglia quotidiana più estenuante.

Quasi mai il problema era la pigrizia. Quasi sempre c'era qualcosa d'altro sotto e partendo da lì, le cose si sbloccavano. Se vuoi capire cosa c'è sotto nel tuo caso, il primo confronto è gratuito. Compila il form, ti rispondo entro 24 ore.

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Il legame tra sforzo e autostima

Ogni volta che un figlio affronta uno sforzo e lo porta a termine,  anche parzialmente, anche con fatica,  costruisce un pezzo di autostima reale.

Non quella fragile, che dipende dall’approvazione degli altri, ma quella solida, che deriva dal sapere di essere in grado di farcela.

È per questo che il genitore che risolve tutto, che protegge il figlio da ogni fatica, pensa di amarlo, ma in realtà gli sottrae le occasioni di scoprirsi capace. Bandura chiamava questo “autoefficacia”  e la sua ricerca dimostra che si costruisce solo attraverso l’esperienza diretta, mai attraverso le rassicurazioni.

Leggi anche: L’autonomia di tuo figlio è la tua conquista più grande

In conclusione.

Allenare un figlio allo sforzo è un lavoro di anni. Non si risolve con una conversazione, né con un libro.

Ma si può iniziare con un cambio piccolo e preciso quello giusto per la tua situazione specifica.

Se vuoi capire qual è quel cambio, sono qui. Il primo confronto è gratuito, senza impegno. Parliamo di tuo figlio, della tua famiglia, e vediamo insieme se e da dove ha senso partire ma sopratutto se una consulenza genitoriale fa al caso tuo.

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FAQ – Domande frequenti dei genitori

Prima di agire, conviene capire perché: mancanza di metodo, ansia da prestazione, noia, difficoltà in una materia specifica, o semplicemente l’assenza di un motivo abbastanza forte. Fare una domanda invece di dare un ordine: “cosa ti piacerebbe riuscire a fare quest’anno a scuola?”  apre un dialogo molto più produttivo delle pressioni. Se il problema è strutturale, uno sguardo esterno professionale può aiutare a individuare il nodo.

L’aiuto più efficace non è sedersi accanto e fare insieme, ma creare le condizioni perché il figlio possa fare da solo: un tempo definito per i compiti, uno spazio senza distrazioni, piccoli obiettivi concreti e celebrazione del processo,  non solo del risultato. Mostrare il vantaggio reale dello studio, non il dovere astratto, è la leva motivazionale più potente.

La punizione raramente risolve il problema alla radice e spesso alimenta resistenza e conflitto. Molto più efficace è capire cosa blocca il figlio,  ansia, noia, mancanza di metodo, problemi relazionali con la scuola,  e agire su quello. Le conseguenze naturali (un voto basso, un’interrogazione impreparata) hanno già un effetto educativo: il genitore non deve aggiungere punizioni artificiali.

Si allena attraverso sforzi graduali e proporzionati all’età: abbastanza difficili da essere una vera sfida, abbastanza accessibili da non scoraggiare. Ogni volta che un bambino porta a termine qualcosa di faticoso scopre di essere capace di reggere la difficoltà e quella scoperta vale più di qualsiasi rassicurazione. Si inizia da piccolo, con sfide quotidiane, e si cresce con il figlio.

Con un adolescente, la motivazione non si impone , si costruisce attraverso il dialogo. Il punto di partenza è capire cosa interessa davvero al ragazzo: non cosa gli piacerebbe fare, ma chi gli piacerebbe diventare. Da lì si crea il collegamento tra lo sforzo richiesto e il risultato desiderato. Funziona molto più delle pressioni o dei confronti con altri.

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