due bambine intente a fare i compiti delle vacanze

Compiti delle vacanze: come aiutare tuo figlio (senza sostituirti a lui)

Oggi ti parlo dei compiti a casa e te ne parlo perché so quanto, come genitore, la questione “studio” ti è a cuore.

Dal primo anno di scuola primaria fino all’esame di maturità, tra le maggiori preoccupazioni che una mamma ed un papà nutrono, vi è senz’altro quella dell’andamento scolastico del figlio.

Vi sono dei periodi “caldi”, in cui le attenzioni della famiglia per i compiti a casa si fanno ancora più sentite: le vacanze!

Nei periodi di sospensione della scuola, la necessità di supervisionare lo studio di tuo figlio si fa più urgente perché temi possa non completare il lavoro che gli hanno assegnato.

Una mole importante di compiti a casa da eseguire, il ripasso di concetti affrontati diversi mesi prima, sono solo due dei motivi per cui lo stress dei genitori aumenta e la serenità familiare diminuisce. In base alla mia esperienza professionale, vi sono soprattutto due tentazioni poco vantaggiose cui i genitori devono resistere in queste occasioni: svolgere i compiti a casa insieme al figlio o eseguirli al suo posto.

Perché non svolgere i compiti a casa insieme a tuo figlio!

Chiariamo subito che gli estremismi non supportano mai, neppure in educazione.

Pertanto, rispondere alla richiesta di un chiarimento da parte di tuo figlio è legittimo, sano, non equivale a fare il compito con lui. L’attitudine di cui stiamo parlando è piuttosto quella per cui, seduti alla scrivania della cameretta, vi trattenete entrambi per un’ora e trenta ad eseguire operazioni, dettati, traduzioni e letture.

Il motivo per cui questo comportamento non ti aiuta, è che crea le premesse affinché i compiti a casa diventino un terreno di contesa, di ricerca di attenzione o di scontro.

Hai notato che a volte il tuo intervento rallenta l’esecuzione anziché renderla più rapida? Ti sei accorto che in quei momenti tu e tuo figlio diventate più suscettibili?

Perché non svolgere i compiti a casa al posto di tuo figlio!

Bisogna prendere atto di questa nuova tendenza, anziché limitarci a condannarla. Ci sono genitori che, per esasperazione, preoccupazione o timore del giudizio, si sostituiscono al figlio nell’esecuzione dei compiti. Lo fanno specialmente quando la mole è eccessiva o notano un sincero segno di stanchezza nel piccolo studente.

Un estremo tentativo di aiuto, che tuttavia fallisce perché manda un messaggio di incoerenza di ruoli, obiettivi, significati e noi ben sappiamo quanto sia importante la coerenza.

Se ogni pomeriggio d’estate è diventato un braccio di ferro, forse il problema non sono i compiti, ma il modo in cui il conflitto si è incastrato nella vostra relazione. Possiamo guardarlo insieme: il primo confronto è gratuito.

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Ma allora qual è un modo efficace per aiutare tuo figlio nei compiti (delle vacanze e non)?

Il trucco per aiutare tuo figlio nei compiti è supportarlo nella loro organizzazione, anziché nella loro esecuzione.

Questo significa non entrare nel merito dell’esercizio didattico, ma costruire le competenze che ne permettono lo svolgimento.

La gestione del tempo, l’ordine degli spazi, la suddivisione degli esercizi nelle giornate, la limitazione delle distrazioni! In altre parole, come genitore, devi intervenire nel prima e limitare gli interventi nel mentre. Questo, oltre a favorire la responsabilità di tuo figlio, preserverà la relazione e il desiderio di condivisione della quotidianità.

Come motivarlo quando non ha voglia, o si rifiuta

«Non ho voglia.» È la frase che, prima o poi, ti senti dire davanti al quaderno aperto. La tentazione è leggerla come pigrizia, ma quasi mai lo è: più spesso è un messaggio.

Stanchezza, paura di non farcela, il bisogno di tenere il controllo su qualcosa, in giornate decise da altri.

Quando rispondi alzando la voce o insistendo, il compito smette di essere un compito e diventa una prova di forza sulla vostra relazione  e lì non vince nessuno.

Quello che aiuta è spostare l’attenzione dal fare al perché: lascia a tuo figlio un margine di scelta, da quale materia partire e in quale momento, riconosci lo sforzo prima del risultato, e torna al principio di fondo, intervenire nel prima e non nel mentre.

Un bambino che si sente capace trova quasi sempre una motivazione più solida di qualsiasi premio o minaccia.

Il rischio più forte che corri in quei momenti, infatti, è quello che io chiamo “il nemico numero uno dell’educazione”: il pilota automatico.

L’idea per cui sai già perché risponde così, sai già cosa non sta funzionando. La verità è che gli automatismi in educazione sono ineliminabili, ma possono essere governati attraverso un’attenta autoanalisi. Non ti servono consulenti educativi per farlo! Ti occorre un’attitudine alla riflessione, che apra a nuove strategie e possibilità.

Ad esempio, potresti scoprire che tuo figlio studia con maggiore efficacia dopo 45 minuti di svago o subito dopo la merenda. Soprattutto, però, ti renderai presto conto che la comunicazione che sostiene l’invito ai compiti, può davvero fare tutta la differenza tra un feedback di opposizione ed uno collaborativo. Se dovessi offrirti un principio fondamentale per intervenire positivamente quando un bambino rifiuta di studiare, partirei proprio dalla lettura dell’interazione che avviene tra voi su questo tema. La necessità di trovare modalità che accolgano la sua fatica, ma continuino a dare una direzione.

Aiutarlo a concentrarsi e gestire le distrazioni

La concentrazione non è un interruttore che si accende a comando: è una condizione che si costruisce intorno al bambino. Un tavolo sgombro, lo smartphone in un’altra stanza, un tempo definito e breve seguito da una pausa vera valgono più di un pomeriggio intero passato a metà tra il quaderno e mille richiami.

Per i più piccoli bastano sessioni di pochi minuti; crescendo, il tempo si allunga, ma il principio resta: meglio poco e concentrato che tanto e disperso. Anche qui il tuo ruolo è preparare le condizioni,  gli spazi, i tempi, il silenzio non sederti a controllare ogni riga.

E se tuo figlio è ormai abituato alla tua vicinanza, come si fa? Si adopera quello che io chiamo “lo svezzamento alla regola”: in altre parole, si accompagna il bambino ad un’autonomia crescente, progettando insieme brevi fasi in cui gestirà il compito da solo. Può trattarsi di un paio di righe dell’esercizio, di un veloce allontanamento in un’altra stanza da parte tua…ogni situazione è specifica.

Ciò che conta è che queste piccole esperienze di autonomia vengano verbalizzate e rese via via più frequenti e lunghe, così da traghettare in modo virtuoso il processo educativo.

Quando iniziare e come distribuirli nei mesi

L’errore più comune, d’estate, è vivere agli estremi: tutto a giugno «per togliersi il pensiero», oppure tutto a fine agosto nel panico del rientro.

Nessuno dei due funziona.

Le prime due settimane lasciale al riposo vero, senza compiti: non sono tempo perso, sono parte della crescita. Poi cerca un ritmo leggero e costante, poco quasi ogni giorno, meglio se al mattino, quando la testa è fresca.

È lo stesso principio della suddivisione degli esercizi nelle giornate: distribuire, non accumulare. Ti suggerisco di coinvolgere attivamente tuo figlio nella costruzione di uno schema da adottare. Questo ti darà due vantaggi: da una parte renderà meno frustrante la prassi, dall’altra allenerà l’abilità di pianificazione.

I compiti sono obbligatori? E servono davvero?

È una domanda che molti genitori si fanno a mezza voce: sono obbligatori? La risposta onesta è no. Non esiste una legge nazionale che imponga i compiti, né durante l’anno né per le vacanze: a deciderlo è il collegio dei docenti di ogni scuola, nella propria autonomia. Una nota del Ministero, già nel 2018, invitava gli insegnanti a non eccedere, ricordando che anche il riposo fa parte della crescita.

Saperlo non serve a giustificare la rinuncia, ma a togliere di mezzo il senso di colpa. Gli estremismi, in educazione, non supportano mai: né l’ansia da prestazione, né la resa totale.

E servono davvero? C’è chi vorrebbe abolirli del tutto e chi li difende a oltranza; la verità, come spesso accade, sta nel mezzo. Ben dosati, aiutano a non perdere il filo di ciò che si è imparato e a costruire un po’ di autonomia nello studio. In eccesso, spengono soltanto la voglia di imparare.

Non è una questione di quanti, ma di come. Ecco perché pur ritenendo i compiti dati durante le vacanze funzionali, ti suggerirei di non farne un cruccio eccessivo qualora non vengano svolte esattamente tutte le pagine assegnate.

Compiti e DSA o difficoltà di apprendimento

Se tuo figlio ha un disturbo specifico dell’apprendimento, o semplicemente fatica più degli altri, i compiti «standard» rischiano di trasformarsi in una frustrazione inutile, per lui e per te.

Vale la pena parlarne con gli insegnanti, per concordare adattamenti: meno esercizi ma più mirati, formati diversi, tempi più distesi. L’obiettivo di un’estate non è recuperare tutto. È arrivare a settembre con la fiducia intatta, che vale molto più di qualche pagina in più.

È scientificamente provato, infatti, che la possibilità di sentirsi efficaci in un compito  quindi in grado di portarlo a termine con soddisfazione,  influisce in modo positivo sulla costruzione della propria autostima.

Affinché ciò avvenga, è opportuno che le richieste non siano inutilmente semplici (risulterebbero noiose), ma sfidanti nel modo più utile per stimolare curiosità e senso di riuscita.

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FAQ – Domande frequenti dei Genitori

No, nessuna legge li impone: a deciderlo è il collegio dei docenti di ogni scuola. Resta però il valore di un ripasso ben dosato, utile a non arrivare a settembre da zero. Alcuni insegnanti si impegnano affinchè i lavori assegnati valorizzino le esperienze fatte dagli studenti nei tempi di sospensione della frequenza scolastica, permettendo così di consolidare quanto appreso in modo più coinvolgente e partecipe.

Non sono previste sanzioni di legge, anche se l’insegnante può tenerne conto alla ripresa. Più del «cosa succede», però, conta capire perché si è arrivati a non farli. Spesso, infatti, dietro un rifiuto così categorico del bambino si celano criticità di ordine relazionale, non scolastico. Può trattarsi di un sentimento di chiusura verso gli insegnanti, ma anche di fragilità educative familiari.

Meglio poco e con costanza che lunghe maratone: un breve momento quotidiano, adatto all’età, è più efficace e molto meno conflittuale. La strutturazione di una routine è di grande aiuto nel diminuire le occasioni di conflittualità.

Dopo le prime due settimane di riposo vero, distribuendo il lavoro lungo i mesi ed evitando l’accumulo di fine agosto. Anche in tal caso, la comunicazione è tutto: è importante esplicitare al bambino che il tempo di relax è voluto, meritato e orientato a permettergli un tempo di esclusivo gioco e divertimento. Questi accorgimenti, apparentemente banali, hanno il pregio di rinforzare la relazione e predisporre al lavoro che verrà dopo.

L’idea che li abbia inventati un certo Roberto Nevilis è una leggenda diffusa online: in realtà non c’è un singolo inventore, i compiti si sono affermati con la scuola moderna.

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