Ci sono momenti nella vita di un bambino in cui il mondo si restringe. Non per scelta, ma per necessità.
Un periodo di malattia che si prolunga, una convalescenza lunga, un ricovero, uno stop forzato dalla scuola o dalle attività quotidiane. La socialità si interrompe, le routine saltano, i riferimenti abituali vengono meno.
In queste fasi, ciò che spesso mette più in difficoltà i genitori non è solo la gestione pratica della giornata, ma il cambiamento improvviso nei comportamenti del bambino: maggiore irritabilità, regressioni, richieste continue, difficoltà nel sonno, rifiuto del gioco o delle attività.
E insieme nasce una domanda silenziosa, che pesa più di tutte:
“Cosa devo fare quando mio figlio cambia così?”
Sommario
Una nota di contesto
Questo articolo è stato scritto durante il periodo della pandemia da Covid-19, quando molte famiglie hanno sperimentato una forma di isolamento forzato e una sospensione improvvisa della quotidianità.
Oggi il contesto fortunatamente è diverso, ma le dinamiche emotive che attraversano i bambini nei periodi di non socialità imposta (come lunghe malattie, convalescenze o stop prolungati) restano sorprendentemente simili.
Per questo le riflessioni che seguono mantengono tutta la loro attualità.
Sessanta giorni di una genitorialità nuova, totale e totalizzante
Sessanta giorni di una genitorialità nuova, totale e totalizzante. Emozioni tante, perlopiù negative: senso di colpa per i bimbi, insofferenza per le difficoltà di gestione del quotidiano.
Quello che ascolto ogni giorno e più mi commuove, è questo senso di inadeguatezza doloroso, sottile, che accompagna tutte, ma proprio tutte le mamme e i papà. Si teme che i bambini possano restare segnati da questa esperienza; si notano “regressioni”; si vive la paura che i piccoli spezzino l’armonia di un percorso di crescita avviato tra le calde mura di un nido, che era una seconda famiglia.
La genitorialità è stata un po’ colpita nel cuore della sua stessa essenza: fornire le basi migliori per la vita di un bambino. In questo panico dilagante, però, qualcosa di buono lo possiamo fare.
Occorre chiarire alcuni aspetti, per il bene dei bimbi… e per il nostro.
Senza la pretesa di leggere nelle specifiche, uniche possibilità della situazione di ciascuno, ho provato a riflettere su alcune tra le perplessità più diffuse di questo periodo per dar loro un senso nuovo. E per farvi comprendere che state facendo tutti, mamme e papà, un ottimo lavoro, al meglio delle vostre possibilità!
1. Cosa fare quando il bambino cambia comportamento: ogni comportamento è comunicazione
Il primo apprendimento utile alla nostra genitorialità, consiste nel capire che ora più che mai, dobbiamo considerare il comportamento dei bambini un modo per comunicare con noi.
Crisi, difficoltà del sonno, nel gioco autonomo, nella separazione da mamma e papà, non sono sintomo di un disturbo, ma di una difficoltà.
Il bambino non ha una capacità linguistica, cognitiva, introspettiva sufficientemente maturi per esprimersi verbalmente. Quindi, si esprime con l’azione. È un po’ come se il tuo bambino ti stesse dicendo:
“sono confuso, non so bene cosa sta succedendo e non ho le parole per descrivere queste sensazioni. Ho bisogno di tempo per costruire dentro di me le competenze utili a farlo, per ora i miei strumenti sono questi”.
Un genitore ha il diritto di sapere che i comportamenti del suo bambino possono essere diversi rispetto al solito e che il miglior modo per gestirli è dirsi:
“Fa così perché vuol dirmi qualcosa, ma non sa come farlo. Resterò a sua disposizione per colmare il suo bisogno come posso, coccolandolo, facendogli sentire che sono accanto a lui e lo comprendo”.
Quando la malattia interrompe la socialità del bambino
Durante lunghi periodi di assenza dalla scuola o dagli amici, il bambino perde riferimenti fondamentali: spazi, relazioni, ritmi, stimoli corporei ed emotivi.
Il corpo è fermo, ma il mondo interno continua a muoversi. Il comportamento cambia non perché “qualcosa non va”, ma perché il bambino sta tentando di adattarsi a una condizione nuova e limitante.
2. Cosa fare quando il bambino rifiuta giochi e attività
Non bastavano mesi in casa, no. Ci voleva anche che il frugolino non ne volesse sapere di cimentarsi nelle attività inviate dalle maestre!
Ecco che la genitorialità è messa nuovamente in crisi, mamma e papà non sanno come interpretare il rifiuto.
Questo comportamento ha due motivazioni molto lineari, invece. Una è da rintracciarsi nella straordinaria intelligenza del bambino, che, patendo la mancanza delle figure di riferimento, le maestre, prova un’emozione negativa e tende a prendere le distanze. Si difende.
L’altra possibile motivazione all’origine del disinteresse per l’attività, consiste nel fatto che la stessa non venga vissuta come una spontanea forma di divertimento, come accade di solito, bensì come un ulteriore “cosa da fare”.
Una nuova imposizione in un periodo in cui le libertà di spazio, di azione, sono già compromesse alquanto. Il mio suggerimento è di non aver fretta, di smettere anche per qualche giorno di sollecitare. Prova poi a giocare tu per primo, da solo, lasciando che tuo figlio osservi e si incuriosisca.
Permetti al bimbo di valutare da sé quanto quel gioco che stai facendo (che sia un travaso, un disegno o altro) possa esser gratificante. Non esiterà a voler provarci anche lui!
3. Cosa fare quando temi che questa esperienza influisca sulla crescita di tuo figlio
Tantissimi, con voce quasi tremante, chiedono se due mesi in casa così, lasceranno un segno importante nelle vite dei piccoli.
Personalmente non ritengo sia possibile esprimersi con eccessiva sicurezza: nessuno di noi, mai, ha vissuto una situazione simile. Sarebbe comunque leggero pronunciarsi su qualcosa che non si è mai visto prima.
C’è però un elemento altrettanto certo: la straordinaria capacità di adattamento dei bambini. La possibilità per loro di cambiare, recuperare, evolvere tanto velocemente quanto veloce, di fatto, è il loro sistema di apprendimento.
Per questo, dai fiducia a te stesso come guida e al tuo bambino come creatura dotata di incredibili risorse. Osservalo nei suoi comportamenti per fornire le risposte emotive più adeguate e ogni mattina, allo specchio, riconosci a te stesso il grande lavoro che stai svolgendo.
Non sei più solo genitore h 24, ora sei anche un educatore h 24.
È umanamente legittimo esser affaticati. Nessuno, neppure un professionista del settore potrebbe dare tanto. Sii fiero di voi ogni giorno.
Quando chiedere supporto
Ci sono momenti in cui, nonostante l’impegno e l’amore, la fatica diventa pesante.
Chiedere aiuto non è una sconfitta, ma un atto di responsabilità.
Se senti il bisogno di rileggere ciò che sta accadendo, di capire meglio i comportamenti di tuo figlio o di ritrovare un equilibrio possibile durante un periodo complesso, parlarne può aiutare.
FAQ – Domande frequenti dei genitori
Sì. Durante periodi di malattia o isolamento prolungato è normale osservare cambiamenti nel comportamento. Sono spesso segnali di adattamento emotivo, non indicatori di un problema.
Nella maggior parte dei casi no. Le regressioni temporanee indicano che il bambino sta cercando sicurezza in una fase di cambiamento. Con il tempo e la presenza dell’adulto, tendono a rientrare.
È utile rallentare e ridurre le richieste. Il rifiuto spesso segnala un sovraccarico emotivo, non una perdita di interesse o capacità.
La socialità è importante, ma ciò che protegge davvero il bambino è la qualità della relazione con l’adulto di riferimento. I bambini hanno grandi capacità di recupero quando si sentono accompagnati.
Quando la fatica diventa costante, il disagio aumenta o senti di non riuscire più a comprendere tuo figlio. Chiedere supporto è una risorsa, non un fallimento.

