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Brutti voti a scuola: cosa fare quando tuo figlio non ce la fa

I brutti voti alle elementari, alle medie, alle superiori. I brutti voti nella vita, perché dobbiamo sempre essere i migliori e abbiamo fretta di insegnarlo ai nostri figli. La paura del giudizio nasce tra i banchi di scuola (o a casa?) e si sedimenta in noi lungo tutto l’arco dell’esistenza.

Il fatto che ogni essere umano la incontri per la prima volta durante un’età così precoce, è una fortuna: ci offre la possibilità di imparare ad affrontarla fin da piccoli. Possiamo fare molto per i bambini, quindi: come educatori che ne sostengono la crescita, ma anche semplicemente come esseri umani che sanno quanto l’idea del giudizio peserà su di loro anche in futuro.

Prima di entrare nel concreto, una premessa che cambia tutto: i brutti voti non si guardano allo stesso modo a tutte le età.

Brutti voti alle elementari, alle medie, alle superiori: cambiano davvero?

Una insufficienza in seconda elementare e una in quarta superiore non si guardano allo stesso modo. Il bambino di otto anni ha ancora bisogno di sentirsi competente nel mondo, e i brutti voti possono fargli pensare di essere “il bambino che non capisce”. Il preadolescente alle medie li interpreta nel gruppo: si confronta con i compagni e teme di scivolare nella categoria sbagliata. Lo studente delle superiori, invece, ha già messo in conto la prestazione: i brutti voti gli arrivano addosso come segnali sul suo futuro, sulla scelta della scuola, sulle aspettative che gli abbiamo posto addosso senza neppure dirglielo.

Capire che l’età di tuo figlio cambia completamente il significato di quei voti è il primo passo per non reagire sempre allo stesso modo quando lo vedi rientrare con un libretto pieno di rosso.  Perché la stessa frase non gli dice la stessa cosa a sette, a dodici, a sedici anni.

Cosa fare quando tuo figlio porta a casa il primo brutto voto

Il primo brutto voto vero, quello che ti arriva a casa con la faccia bassa di tuo figlio, è il momento in cui si decide come affronterete tutti i prossimi. Cinque cose da fare, in ordine.

  1. Non reagire entro cinque minuti. Lascia che ti racconti com’è andata, senza chiedere “perché” subito. Il giudizio dato a freddo arriva sempre meglio del giudizio dato a caldo.
  2. Chiedigli prima cosa ne pensa lui. Spesso il bambino o il ragazzo è già più severo di te. Lì non serve aggiungere: serve riformulare. “Io invece ho pensato che…”
  3. Distingui il voto dallo studio. “Quattro” è un numero. “Non sei capace” è un’etichetta. Tienili separati con le parole.
  4. Concorda con lui un piccolo cambiamento per la volta successiva. Non un piano globale: un cambiamento. Studiare con la luce diversa, fare un riassunto, ripetere ad alta voce con te. Qualcosa di concreto, non un proposito.
  5. Chiudi la giornata. Quando finisce la conversazione, finisce davvero. Non riprenderla a cena, non rimetterla in mezzo prima di dormire. Il brutto voto, dopo che ne avete parlato, è suo, non vostro.

Quando questi cinque passi non bastano, perché le parole non ti vengono, perché ogni discussione finisce in un muro contro muro, perché senti di ripetere le stesse cose senza che nulla cambi, può essere il momento di fermarsi e guardare insieme cosa sta succedendo davvero.

Leggiamo cosa sta dicendo davvero tuo figlio con quei voti. Spesso la causa non è quella più evidente, e comprenderla cambia completamente il quadro.

Costruiamo un linguaggio comune per parlarne in casa. Senza trasformare ogni sera in un campo di battaglia.

Usciamo con due o tre azioni concrete da provare subito. Piccole, realistiche, costruite sulla vostra situazione. Non un piano da manuale.

Si fa in videocall. Il primo colloquio è gratuito e dura circa 30 minuti.

Da lì decidi tu se andare avanti.

L’ansia da prestazione 

Io l’ho imparato a mie spese, quando preda dell’ansia da prestazione per il test d’ingresso all’università, sono arrivata trentesima… nel senso che solo ventinove candidati su 600 hanno ottenuto un risultato peggiore del mio. Se non avessi avuto fede in ciò che ero non sarei qui a scrivere a voi genitori, ma non mi sarei neppure laureata con il massimo dei voti come ho poi fatto. Avrei abbandonato il mio sogno. E forse questo sarebbe stato l’errore più grave che avrei commesso, altro che brutti voti.

Te lo racconto perché se vivi tu come genitore l’ansia da prestazione che provavi da studente, è più probabile che la trasmetta a tuo figlio senza accorgertene. Riconoscere il proprio fantasma è il primo gesto educativo.

Il rifiuto della prova

L’altra faccia della paura di prendere brutti voti è il rifiuto a priori della prova. Alcuni si sottraggono evitando di presentarsi a scuola, altri sminuiscono la prestazione o la rallentano per allungare i tempi. Altri ancora, spesso i più grandi, nascondono l’ansia dichiarando che tanto “gli basta un 5”, valutazione insufficiente ma non grave, che non li fa sentire troppo esposti al rischio di non farcela.

I tre consigli con la “R” per i brutti voti 

  1. RIDIMENSIONA: aiuta il bambino a recuperare una condizione di neutralità emotiva che sostituisca quella di sconfitta. Capiterà dalle elementari alle superiori che si senta di valere 5 quando porterà a casa un libretto con un’insufficienza. Supportarlo anziché girare il dito nella piaga, lo fortifica e lo prepara alle nuove difficoltà senza spaventarlo inutilmente.
  2. RACCONTA: Ti ricordi quando la maestra ti ha interrogato nell’unico giorno in cui non avevi studiato? E tutti i brutti voti con la prof. del liceo, che non ti piaceva affatto? Raccontati. Lascia che tuo figlio si identifichi con te, con chi sei stato. Sei quello che ha superato quei momenti e che oggi è in grado di spiegargli come. I bambini e i ragazzi amano ascoltare le storie della nostra vita, le vedono come avventure. Se ce l’hai fatta tu, sente che può fare lo stesso.
  3. RISOLVI: O meglio, offri gli strumenti per farlo. Dopo un opportuno sfogo, focalizzatevi sulla soluzione: potrebbe trattarsi di un ripasso più approfondito o dell’adozione di ripetizioni strutturate con un metodo nuovo. L’idea basilare è quella di individuare delle azioni pratiche vincenti, consecutive l’una all’altra, che gli dimostrino come il suo intimo valore sia autonomo dall’andamento scolastico. L’autostima si costruisce così.

Quando i brutti voti diventano un campanello d’allarme

C’è una differenza tra il quattro che capita perché quel giorno si era distratti, e quello che si ripete. Quando i brutti voti diventano una serie,  tre, cinque, otto in un trimestre, non è più questione di metodo. È un segnale che qualcosa nella relazione tra tuo figlio e la scuola si è incrinato. Può essere una materia, può essere un insegnante che magari ti convoca, può essere il gruppo classe. A volte è semplicemente che tuo figlio si è iscritto a una scuola che non era sua. Altre volte è qualcosa che riguarda la sua vita fuori dai banchi, e che a scuola si manifesta perché lì non riesce più a fingere.

Quando vedi accumularsi i brutti voti, prima di chiedergli “perché non studi”, prova a chiedergli “cosa ti sta succedendo a scuola”. Sono due domande diverse, e portano a risposte diverse.

Ansia da prestazione e rifiuto della scuola: i due volti dello stesso problema

Uno dei modi più frequenti in cui questo segnale si manifesta è l’ansia da prestazione, che ha due volti opposti.

Il primo è caricarsi: studiare il doppio, ripassare la sera prima fino a tardi, arrivare in classe stremato e con la pancia chiusa. È il paradosso dell’ansia da prestazione: più ti preoccupi del voto, peggio rendi.

Il secondo è il rifiuto. Tuo figlio comincia a inventarsi mali di pancia il giorno dell’interrogazione, dimentica i compiti a casa, dice “tanto non mi piace la prof”. Non è pigrizia. È una difesa: se non ci provo davvero, non posso davvero fallire. Riconoscere questo schema è importante, perché la risposta giusta non è dirgli “impegnati di più”. È dirgli “ho visto che hai paura. Parliamone”.

Cosa fare quando i brutti voti diventano una serie e non sai più cosa dire

A un certo punto, tra il quinto e l’ottavo brutto voto, le frasi che hai già detto smettono di funzionare. È un segnale: serve cambiare strategia, non alzare il volume. Cinque cose da fare, quando sei a quel punto.

  1. Ferma il giudizio. Quando i brutti voti si accumulano, la tentazione è dire “te l’avevo detto”. È la frase che chiude tuo figlio per sempre. Tienila per te.
  2. Chiedi un colloquio ai professori delle materie a rischio. Non una telefonata: un appuntamento. E vai senza difendere tuo figlio: vai per capire.
  3. Fai parlare lui per primo, a casa. Una sera, senza prendere il discorso da lontano: “ho parlato con i tuoi prof, ora voglio sentire la tua versione”. Spesso le due versioni non coincidono — è lì che inizia il lavoro.
  4. Definisci un orizzonte di tre settimane, non di un trimestre. “Vediamo come va da qui al 15”, non “devi migliorare”. Tre settimane è un tempo gestibile per un ragazzo. Un trimestre è un’eternità che gli toglie la voglia di provarci.
  5. Se dopo le tre settimane nulla è cambiato, considera che il problema non è il metodo. È più in profondità  e lì serve uno sguardo esterno

Quando dentro casa si è esaurito quello che si poteva dire, è il momento di una consulenza educativa con me.

Ecco come funziona il primo colloquio gratuito di 30 minuti:

Ascolto la tua versione. Senza giudizio, senza ricette pre-confezionate.

Ti dico cosa secondo me sta succedendo davvero. Spesso una sola osservazione esterna sposta tutto il quadro.

Usciamo con due o tre azioni concrete. Non un piano in dodici step: qualcosa di immediato e proporzionato.

Si fà in chiamata o videocall.

Da lì capisci già se è la strada giusta per voi.

Quando i brutti voti rischiano di diventare una bocciatura

Tra il primo brutto voto e una bocciatura passano mesi. È in quel tempo intermedio che si gioca tutto. Se i brutti voti si accumulano in tre o quattro materie e tuo figlio comincia a dire “tanto sono già perso”, sei nella zona di rischio bocciatura, ma sei ancora in tempo per uscirne.

Quello che funziona, in questa zona grigia, è non aspettare i colloqui ufficiali. Chiedi un appuntamento ai professori delle materie a rischio, ascoltali senza difendere tuo figlio, e poi torna a casa e parlate insieme di un piano realistico,  non perfetto, realistico. Se vuoi approfondire, ho scritto un articolo su cosa fare quando tuo figlio è stato bocciato: leggilo prima che diventi attualità.

Oppure, se la situazione di tuo figlio non può aspettare un altro articolo, parliamone direttamente in un primo colloquio gratuito.

Se vuoi approfondire il tuo caso:

Contattami

FAQ – Domande frequenti dei genitori​

La punizione non corregge il voto, lo accentua. Quando un bambino o un ragazzo prende brutti voti, sta già vivendo una sconfitta. Aggiungere una punizione,  togliere il telefono, vietare le uscite, significa costringerlo a gestire due crisi insieme: quella scolastica e quella familiare. Funziona meglio sederti accanto a lui e cercare insieme la causa: ha studiato e non ha capito? Non ha studiato e perché? Si sta annoiando? La risposta cambia la strategia. La punizione, invece, non cambia niente: gli toglie solo la voglia di raccontarti il prossimo brutto voto.

I brutti voti delle elementari non incidono sul percorso scolastico, ma incidono sull’idea che tuo figlio si fa di sé. Già a otto anni un bambino può convincersi di “essere quello che non ce la fa”, e quella convinzione lo accompagna in seconda media, poi alle superiori. Per questo i brutti voti delle elementari non vanno minimizzati come “voti che non contano”: contano per la sua autostima, e quella sì, conta sempre.

Quando si ripetono in modo costante in più materie e si accompagnano ad altri segnali: tuo figlio non vuole più andare a scuola, non parla di compagni, dice frasi del tipo “tanto non sono capace”. A quel punto il problema non è più il voto, è il rapporto con la scuola e con sé stesso. Lì serve uno sguardo esterno,  un colloquio con i professori, una consulenza educativa,  per capire da dove ripartire.

Le ragioni più comuni sono tre. La prima: ansia da prestazione, ne ho parlato sopra. La seconda: metodo di studio inadatto a quel tipo di scuola (succede spesso al passaggio dalle medie alle superiori). La terza, più scomoda: la scuola scelta non è la sua, e tuo figlio si sta arrendendo lì dove invece sarebbe brillato altrove. Distinguere fra le tre cambia la strada da prendere.

Lascia che sia lui a parlare per primo. Una domanda secca tipo “com’è andato il compito” lo costringe a rispondere prima di aver capito cosa pensa davvero. Una domanda aperta come “cosa c’era in quel compito che ti ha messo in difficoltà?” gli dà il tempo di vedersi. E a te dà il tempo di ascoltarlo davvero, prima di reagire.

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